Le tre ragioni che rendono la D.A.D. inefficiente
Un detto popolare recita: “piuttosto che niente è meglio piuttosto”. Questo detto riassume l’esperienza della didattica a distanza nella scuola pubblica italiana: meglio di alternative quali, a titolo esemplificativo, fare passare agli alunni le giornate su Netflix; tuttavia non si tratta, purtroppo, di non un esperimento riuscito appieno.
La domanda corretta da porsi è dunque: la D.A.D. troverà spazio nel mondo dopo il coronavirus?
Prescindendo per un secondo dall’aspetto legislativo scolastico – la privacy degli studenti, i diritti dei lavoratori, la gestione dei dati degli utenti, il monitoraggio delle presenze scolastiche –
l’esperienza dell’ultimo anno ha messo in evidenza tre difetti che rendono la D.A.D. inefficiente ed improponibile in sostituzione della didattica tradizionale.
- La didattica digitale è formazione ma non è istruzione. Spesso si sente dire che “l’e-learning è il futuro” e che ormai “quasi tutte le università straniere utilizzano l’e-learning asincrono per dispensare contenuti”. Questo è certamente vero, ma la didattica non in presenza prevede uno sforzo di attenzione ed una volontà che non sono tipici dello studente delle scuole medie superiori: l’università o i principali corsi di formazione devono erogare contenuti, la scuola Pubblica deve formare. Per essere ancora più espliciti: se un alunno dell’università o un lavoratore non comprende un contenuto digitale ha l’onere di raccogliere maggiori informazioni per comprenderlo, non è compito dell’università né dell’ente di formazione colmare lacune pregresse del discente. Per quello che riguarda la scuola, invece, il problema è capovolto.
- Anche ammettendo che la didattica digitale, nella sua forma integrata, costituisca una parte della formazione, completata poi in presenza, sussiste un secondo problema: la didattica non può essere fatta replicando le attività scolastiche tradizionali davanti ad uno schermo. Per essere al passo con i tempi la didattica deve essere svolta con tempi del tutto diversi dalla canonica ora di lezione: i contenuti digitali per essere attrattivi raramente superano i 15 minuti, devono essere incalzanti per non distogliere l’attenzione dallo schermo e presuppongono un’importante preparazione dei contenuti da parte degli insegnanti. La realtà è che, di fatto, sostituire un docente che parla in classe con un docente che parla davanti ad una telecamera non può che essere una perdita di valore per il prodotto. E questo sembra essere, sino ad ora, la D.A.D. che la scuola pubblica italiana è in grado di produrre.
- Anche in ragione di quanto espresso precedentemente non è pensabile una D.A.D. con l’applicazione dei “canonici” tempi della scuola pubblica: cinque ore al giorno davanti ad un pc ad ascoltare una persona che parla senza contenuti innovativi? Fruizione nei soli feriali e disponibilità dei docenti in slot orari precisi? Pensare di incastrare l’innovazione tecnologica dentro i tempi della scuola, che storicamente sono scanditi da una inderogabile campanella che sancisce la fine del turno orario per sancire l’inizio del turno orario successivo è utopico e maldestro.
La D.A.D. è inefficiente e lo sarà sempre se si crede che questa possa essere una modifica – auspicabilmente migliorativa – dell’attuale sistema invece che quello che è veramente: una rivoluzione del sistema.
La storia ci insegna che i cambiamenti, se non trovano una strada, se la costruiscono: ed ecco che è impossibile considerare la D.A.D. un paio di forbici quanto piuttosto si tratta di un’accetta.
E dal momento che il sistema scuola non è attrezzato per cambiare radicalmente, forse è meglio lasciare perdere.